Mirya

Blog ufficiale dell'autrice

domenica 10 dicembre 2017

Correre

Nella maggior parte delle bacheche degli sportivi leggo i loro tempi, le loro prestazioni (che, devo dirlo, trovo utili da condividere più o meno quanto la mia funzionalità intestinale – che sta bene da quando ho scoperto il tè del Nilo, grazie) e la convinzione che la sfida e la vittoria siano interiori.
Mi rendo conto di non essere una sportiva perché per me non è così: per me lo sport non è una sfida all’interno, ma un’apertura all’esterno.
Ho (ri)cominciato l’anno scorso, più o meno durante le vacanze di Natale, in questa stagione, con un’amica, andando a camminare al freddo e al buio, cosa che allora mi pareva impossibile e oggi normalissima.
Poi abbiamo allungato il percorso, velocizzato il passo, aumentato la quantità di freddo e buio e diminuito i vestiti per coprirci.
E poi io ho continuato da sola, passando dalla camminata alla corsa, migliorando il fiato, la resistenza, i tempi, la muscolatura; le gambe mi si sono ingrossate, e ora quando mi muovo sento il muscolo, ed è fenomenale, per me; il mio fisico si è irrobustito, e mi ammalo la metà; non mi fa paura nulla, né il buio in cui sono andata a correre sulle mura, né la tempesta di sabbia dentro cui ho corso al mare, né il ghiaccio su cui corro ogni mattina ora, prima di andare a scuola. Mi sento ‘troppo troppa’, nella mia piccolezza. Ho sperimentato sensazioni fisiche ed emotive che non conoscevo.
Ma non è questo il punto.
Il punto è che ho scoperto il mondo esterno. Ho imparato a uscire in ogni stagione, dal gelo alla lava, dalla pioggia alla neve, e a ogni orario, dall’alba alla notte; quando prima mi chiudevo in casa, col condizionatore o il riscaldamento, ora andavo fuori, scoprendo che non avevo bisogno né dell’uno né dell’altro, che potevo vivere, VIVERE, comunque. Ho corso sull’asfalto, sulla terra, sulla sabbia, in acqua. Ho corso tra la gente e da sola, con le canzoni dei cartoni animati e Mozart nelle cuffie.
Ma soprattutto, il mondo mi si è mostrato.
Mi sono resa conto solo ora di quanto, tra lavoro e casa, ci chiudiamo tra le mura, dimenticandoci di tutto.
Io in quest’anno ho finalmente (ri)vissuto le stagioni, osservato gli alberi fiorire e sfiorire, scoperto di nuovo le diverse foglie, i frutti, i tempi di maturazione; ho seguito giorno dopo giorno l’aumento e poi la diminuzione della luce solare e della temperatura, ho osservato le case cambiare, i giardini venire curati, e ora sto di nuovo vedendo chi mette per primo le luminarie. Ho conosciuto il mio quartiere e quelli limitrofi e ho scoperto che qui a Ponte la zona marchigiani ha illuminazioni fantastiche ma le finestre sempre chiuse, in zona Barco invece ci sono dei condomini tutti di stranieri che appena c’è mezza luce escono a mangiare in cortile e mettono su una musica che fa un sacco allegria e grigliano come se non ci fosse un domani. Ho imparato gli odori dei diversi forni che incrocio e di una rosticceria che mi fa sempre piangere di fame e di quelle case in cui prima o poi entrerò a chiedere cosa ci mettono nel soffritto, perché diamine, sono solo le sette di mattina eppure mi va.
Ho imparato a riconoscere i gatti di strada, e le zone dove purtroppo i pattumi ristagnano più a lungo, e gli orari dei mercatini e naturalmente degli altri corridori.
Conosco la mia zona, e, anche se meno, le altre zone dove ho corso: il mare e le mura. C’è un mondo, oltre il mio lavoro e la mia casa, un mondo fatto di natura e di gente, un mondo che si sveglia ogni giorno e si addormenta ogni notte, e che io ho visto al risveglio e alla ninna-nanna, da inverno a inverno successivo.
E lo amo, questo mondo, come non credevo possibile, ed è per questo che amo sempre di più andare a correre.
Io non sfido me stessa, io non sfido proprio: io apro gli occhi, apro il cuore, e le mie gambe volano in quell’apertura, felici di vivere. Per me correre è questo: aprirmi al mondo, anche se corro da sola, anche se ho sempre le cuffie nelle orecchie e mentre corro e ascolto dentro di me si creano libri. O forse proprio per questo.
Se ho male da qualche parte, mi fermo per un po’; se mio marito o mio figlio vogliono venire con me, cammino invece di correre, per stare al loro passo, perché l’importante non sono i miei tempi. Per me la corsa non è uno sport, un modo per mantenermi in forma (anzi, ho preso due chili in più, sarà perché sono più rilassata), per me la corsa è solo uscire, dai muri dalla pelle dalle chiusure mentali, e vivere e amare e ascoltare e guardare e conoscere e scrivere.
Ecco perché potreste vedermi alle sette di mattina, dietro i vetri delle vostre macchine ghiacciate, in mezzo alla strada, o alle cinque di pomeriggio in riva al mare e sotto l’afa pressante, e mi vedreste sempre sorridente. Che quando mi devo fermare, per un semaforo o altro, sto pure ballando.
Mio D, se questo mondo l’hai fatto tu, hai fatto proprio un gran lavoro. Scusa se prima non lo notavo. Mi dovevo allenare. Non le gambe, ma il cuore.
Ora chiudo, che devo preparare il lettore per domani, che chissà quale canzone mi accoglierà al primo passo, ma spero sia questa, perché è l’ultima che ho aggiunto:



lunedì 30 ottobre 2017

Gold

Dunque, l’e-book di Gold è online da sabato sera; lo trovate qui. Qualcuno è riuscito a comprarlo ancora prima che Amazon lo dicesse a me, che era online: ma come diamine avete fatto?



Nonostante le mie implorazioni a leggerlo con calma, dato che ci ho messo un anno a scriverlo, qualcuno l’ha letto in un giorno.


Qualcuno lo ha letto in due.


Molti mi stanno già chiedendo quando esce il prossimo.


A tutti voi, posso solo dire: LEGGETE QUALCOS’ALTRO. O smettete di leggere, uscite, datevi all’ignoranza, per D.


Scherzi a parte, sono molto, molto onorata dell’accoglienza che questo libro sta ricevendo. Ho cominciato a scrivere le fanfiction da cui la serie è tratta nel 2009, finisco tutto nel 2017. Sono parecchi anni di vita e, spero, miglioramenti. Ed è una bella liberazione, anche – al grido di ‘mai più trilogie’!

È bellissimo, soprattutto, leggere i vostri commenti in diretta, ascoltare i vostri messaggi vocali tra le lacrime, come è stato bellissimo, prima, sentirvi fare previsioni e collegamenti in vista dell’ultimo capitolo di questa serie.
Vi è piaciuto Caleb? A me molto, devo dire. Credo sia il mio primo personaggio maschile che cambia in modo davvero significativo, e che alla fine non chiamerei più ‘idiota’. Ci sono abbastanza battaglie? Ci sono troppe seghe mentali, come mio solito? Presumo di sì, ma in fondo è sempre la stessa storia. Se siete soddisfatti, sapete che una recensione è sempre il modo migliore per esprimerlo.


Il cartaceo è stato caricato e lo trovate qui; sarà disponibile a breve, poi i due link dovrebbero venire fusi. Se tutto va come ho previsto, chi acquista il cartaceo dovrebbe poter avere gratis l’e-book. Nei prossimi giorni aggiornerò la pagina dei libri nel blog e pian piano (ho una montagna di compiti in classe da correggere e tanti progetti in classe da portare avanti, oltre che il Natale da preparare subito dopo Halloween) troverò un modo per farvi avere le appendici: glossario, luoghi, personaggi, tutto ciò insomma che ho schematizzato in circa cento pagine di Word per scrivere questa trilogia.
E poi mi rimetto a scrivere, che siete troppo incalzanti. Per mia fortuna.



Grazie.

giovedì 28 settembre 2017

GiraTempo

Sto disertando il blog perché voglio pubblicare presto Gold – prima stesura finita, sono alla revisione strutturale –, però poi.
Seguo sempre siti che vendono gadget di Harry Potter (bellissimi), perciò, con gli algoritmi pubblicitari di facebook, giorni fa mi è comparsa nella home l’immagine di un ciondolo con una GiraTempo. L’avevo già visto, ma in questo momento della mia vita mi ha colpito. 
Perché sono mesi che mi interrogo su tutti gli errori che ho commesso fino a oggi, e mi chiedo come ho fatto a commetterne tanti. E mi chiedo perché sono arrivata a questo punto, con tanto tempo buttato in cose e persone che mi hanno fatto male, e tante responsabilità assunte senza poi essere sicura che ne valga la pena.
Penso alle amicizie per cui ho speso energie e sentimenti – e io lo faccio davvero di rado e allora lo faccio con grande impegno –, e che poi di punto in bianco sono scomparse. Non sono qui a fare la disamina del perché e del per come: l’ho fatta, ho anche capito che serve a poco. Perché quelle energie e quei sentimenti c’erano, e sono stati sprecati, e potevano essere investiti in qualcosa di meglio.
Penso agli impegni aggiuntivi che ho preso, e che non sempre poi hanno dimostrato di valerne la pena. Progetti a cui i referenti stessi non davano valore, ma anche prestazioni d’aiuto a qualcuno che poi si dimenticava di quell’aiuto, e non mi dispiaceva perché io volessi la gratitudine, ma perché poi le persone aiutate si comportavano di merda con altri che avevano bisogno dello stesso aiuto. E allora, l’idea che il mondo possa diventare un posto migliore comportandoci bene col prossimo forse è una bugia da Baci Perugina.
Penso ai passi importanti della vita, ai bivi in cui ho scelto sempre la strada difficile, alla famiglia, la casa, il mutuo, il figlio. Penso a quello che secondo me tutti, anche se felici, prima o poi, all’una di notte, con circa dieci ore di sonno in una settimana, e un milione di cose a cui pensare ancora prima di andare a letto e due milioni prima di svegliarsi, e la vita di troppi che dipendono da noi sulle spalle, e la nostra vita che non posa sulle spalle di nessuno, tutti, dicevo, tutti prima o poi pensano, anche se non sempre lo ammettono: chi me l’ha fatto fare?
L’uomo è un animale sociale, nessuno uomo è un’isola, tutti per uno uno per tutti, e una rondine non fa primavera. Ormai sono tutti luoghi comuni, ma i luoghi comuni hanno un loro perché.
Perché li ripetiamo, perché li ascoltiamo, perché ci crediamo.
Penso alla GiraTempo.
Se ce l’avessi tornerei a quel momento là, e non ti darei il mio contatto e il mio numero di telefono.
E tonerei a quel momento là, e non ti chiamerei per calmare le tue paure tutti i venerdì.
E tonerei a quel momento là, e non ti risponderei al primo messaggio.
E tornerei a quel momento là, e non berrei quell’aperitivo.
E tornerei a quel momento là, e non ballerei con te.
E tornerei a quel momento là, e non verrei al mare di notte.
E tornerei a quel momento là, e non prenderei quella chiamata.
E tornerei a quel momento là, e non litigherei con te.
Se avessi una GiraTempo, mi risparmierei lo spreco di energie e sentimenti e anche molto dolore, e oggi avrei più energie e più sentimenti e meno dolore. E forse sarei un animale non sociale, un’isola, una per me, una rondine. E sono sicura, sicurissima che dormirei meglio e di più, e che non mi capiterebbe mai di alzarmi la mattina con la voglia di piangere.
Se avessi una GiraTempo, sarei una persona più felice e più riposata e più serena.
Eppure.
Ho l’impressione che se qualcosa di buono lo sono diventata, se qualcosa di buono lo faccio, sia anche per il tanto male che ho visto e incontrato. Ho l’impressione, molto foscoliana (Leonardo da qualcuno avrà pur preso), che ogni cicatrice mi abbia reso più brutta e più bella allo stesso tempo.
Ho l’impressione che ogni sbaglio, ogni dolore mi abbiano permesso di comprendere o perlomeno non giudicare gli sbagli e gli errori degli altri.
Ho l’impressione, insomma, che se avessi e usassi una GiraTempo tornerei indietro di vent’anni e non farei quasi nulla di quello che ho fatto e mi risparmierei un bel po’ di sofferenze, ma mi priverei di quello che ho fatto e delle sofferenze che sono servite a farlo.
Perché sì, come è capitato a tutti, sono stata delusa da tanti, e magari tanti ne ho delusi io. Però prima di quelle delusioni c’è stato uno scambio, c’è stato un valore. E come è capitato a tutti, ho amato e perduto, molto spesso per mia volontà. Però in quell’abbandono ho ritrovato me stessa. E come è capitato a tutti, mi sono ritrovata a voltarmi indietro e a dirmi che prima era più semplice. Ma nella semplicità non c’è evoluzione.
Nel Dialogo tra un venditore di almanacchi e un passeggere, che cito spesso, Leopardi rileva che nessuno tornerebbe indietro e vivrebbe tutta la vita che ha vissuto, se non potesse cambiarla. A me dispiacerebbe non aggiustare qualcosa, soprattutto come madre, però la vivrei comunque, questa vita, anche se ci sono stati giorni in cui l’ho odiata. La vivrei perché anche nell’odio ero viva, e forse su questo Leopardi e io non siamo d’accordo. Tutto è male, sì, ma niente? Niente è peggio, come dice Edel in Gold.
“C’è chi dice che ci siano cose peggiori della morte, io però non ho capito quali, proprio. Insomma, da una cosa peggiore puoi sempre migliorare. Ma dalla morte? Non esiste il meglio rispetto al nulla. E non credo esista neanche l’opposto, che sarebbe tutto: chi ha mai visto tutto? Chi ha avuto, capito tutto? Ma forse il meglio rispetto al nulla è qualcosa. Non c’era un modo di dire sconnesso, a riguardo? ‘Qualcosa è meglio di niente’? Se non c’era, avrebbe dovuto esserci. Ma peggio di niente non c’è niente, proprio. Per cui io sarò sempre grata per qualcosa. Da chiunque venga.”
E poi, anche il male ha un suo senso, come dici tu, Giacomino: ci fa apprezzare il bene. Lo so, che tu pensi che il bene sia solo assenza di male e autoinganno, ma non è proprio così, secondo me. È solo che il bene in genere passa in sottofondo, è una musica bassa che tendi a ignorare con un udito selettivo, mente le grida di dolore le senti sempre. Ma te la ricordi, la bellezza della tua immaginazione oltre la siepe? E il canto del passero? E la ginestra?
E io, me li ricordo?
Non lo so. So che oggi mi rivolto nella mente quella GiraTempo, e sono contenta di non averla in mano. Perché a volte scegliere la felicità significa essere comunque infelici o portare altra infelicità al mondo.
Se non ho terze opzioni, io scelgo i miei sbagli e i miei dolori e ciò che mi hanno insegnato.
Io scelgo di imparare, e sempre lo sceglierò.
E scelgo di vivere, e di accarezzare ogni sera le mie cicatrici, e di sentire in quei rilievi interiori le storie che raccontano.
E poi, se proprio non sopporto più il dolore, di scriverle, quelle storie. E andare avanti e non indietro.